Libri su Giovanni Papini

1967


Carlo Bo

La religione di Serra

Capitolo:
Papini al Giudizio universale, pp. 354-357
351-352-353-(354-355-356-357)-358-359-360



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Che cosa aggiunge alla fama di Papini questo Giudizio uníversale, straripante di milleduecento pagine? Ben poco o quasi nulla.
   La cosa non ci sorprende. Da quello che se ne era letto e saputo, soprattutto dall'incertezza con cui lo stesso Papini aveva condotto e abbandonato l'opera era facile capire che il libro avrebbe messo in luce soltanto le deficienze di costituzione e i difetti dello scrittore. Quali fossero questi difetti si sa, tanto più che lo stesso Papini ha sempre fatto di tutto per esagerare nel senso meno opportuno e sin dagli anni dell'Uomo finito non ha perso occasione di ribadire il suo amore cieco e pericoloso per le enciclopedie, per le storie universali e per i libri capitali.
   Cominciò da ragazzo quando entrava di nascosto alla Nazionale di Firenze per poter leggere «tutti» i libri, cominciò da allora a sognare opere definitive, opere taumaturgiche che dessero ogni risposta alla curiosità e alla passione degli uomini. Un sogno da autodidatta, e è curioso come col tempo, con l'esperienza, con quel numero di tentativi in tutti i sensi il Papini non sia mai arrivato a pensare che si trattava appunto di un errore di gioventù: un errore plausibile con buone attenuanti al tempo della tormentata adolescenza ma in seguito errore imperdonabile, se non ridicolo. Come poteva mai illudersi il Papini di sessant'anni (il libro tanto desiderato fu cominciato nel 1940 e portato avanti fino al 1945; poi lentamente abbandonato e


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lasciato senza nessuna indicazione precisa ai suoi eredi) di fare un'opera universale, il libro capitale? Mi sembra che la sua stessa storia di scrittore gli avrebbe dovuto consigliare un po' di prudenza, soprattutto gli avrebbe dovuto far capire che l'unica cosa a cui non poteva aspirare era appunto l'opera assoluta, definitiva. Ognuno di noi nasce con un destino e il destino di Papini era quello di fare l'animatore della cultura letteraria e, nei momenti migliori, di confessare i suoi palpiti in pagine di una semplice ma autentica trama idillica. Per quello che ne sappiamo oggi, se il Papini resterà una bella antologia bisognerà per forza metterla insieme con qualche poesia, con molte confessioni e con tante Schegge. Il Papini delle Schegge è l'uomo che finalmente rinviene dai sogni di gloria e di potenza e accetta di vedere il mondo che lo circonda nei colori e nella misura del suo paese.
   Lo so, direte che c'è sempre stato in lui questo conflitto fra l'europeo o meglio fra l'universale e il toscano o il fiorentino che salta fuori dalle carte dell'ultimo ottocento, ma dovrete però aggiungere che all'ultimo ha vinto l'immagine casalinga mentre ben poco si è salvato delle prime aspirazioni e delle lontane ambizioni. È anche vero che per tutta la vita Papini è stato roso dal tarlo dell'opera universale e tale desiderio si acuiva tutte le volte (e furono molte) che si trovava a pensare a Dante, a Michelangelo, ai «vicini suoi grandi».
   È chiara l'origine del libro, dovuto a un misto di amore e di presunzione, altrettanto chiara è la tecnica elementare, la meccanica con cui è stato messo insieme (da far pensare alla famosa macchina del Giusti). Il Giudizio avrebbe potuto essere di un solo capitolo o continuare per altri dieci volumi di mille pagine l'uno, le cose non sarebbero cambiate. Chi lo studi un po' non nota nessun progresso interiore dalle prime prove delle Buffonate (già allora si divertiva


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a parlare con i grandi fantasmi), un mutamento c'è soltanto per quello che riguarda lo stile, qui un pò più contenuto, senza violenze e eccessi di colore. Ciò che non è cambiato è la posizione del colloquio, anzi, nel Giudizio la sensazione di poter disporre di un numero infinito di comparse, l'idea di potersi sostituire alle centinaia di personaggi storici o leggendari o immaginari per rispondere all'angelo accusatore lo ha dispensato da qualsiasi approfondimento psicologico e lo ha perduto nel suo vizio più famoso, quello di una stanca e inutile dialettica. Il risultato non è brillante, il Giudizio universale è un mare di noia ed è stato immaginato come uno spettacolo di cartapesta.
   Del resto Papini deve avere avuto a un certo punto coscienza dello sproposito, si leggano le pagine del diario che precedono il libro: c'è dentro la critica più pertinente al Giudizio. Il 23 marzo del 1946 scriveva: «È ancora presto per il Rapporto sugli uomini. È troppo tardi per il Giudizio universale...». A che cosa alludeva lo scrittore? Alla mancanza di una sicura maturità che è poi il difetto centrale di Papini, di uno scrittore che troppe volte non ha avuto paura di bruciarsi, di andare avanti a costo di precipitare le cose. Questa sensazione di incertezza che alla fine ha vinto, impedendogli di dare forma al libro (quella d'oggi è stata ricavata amorosamente dai parenti e dagli amici ma è una forma provvisoria e ben poco sicura) è presente in molte altre annotazioni e se lo vediamo passare da momenti di scoraggiamento ad altri di infatuazione

necessario soltanto che il libro riesca il più possibile degno del pauroso tema: il genere umano che si confessa, per bocca mia, a Dio (30 ottobre del 1944),

non dobbiamo farci troppe illusioni: il vero Papini era abbastanza buon critico per non accorgersi della grossolanità


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e della vanità del procedimento e della paurosa presunzione da cui era nata l'idea del libro. Mi si potrebbe obiettare che questo non è vero, dal momento che anni prima il Papini era stato messo in sospetto da un solenne avvertimento di Hamann: chi vuol diventare un giudice degli uomini deve diventare egli stesso un uomo, ma proprio in questa frase c'è — secondo me — la chiave dello scacco di Papini. Papini ha sempre preferito confessarsi con la maschera degli altri (Carducci, Dante, Sant'Agostino ecc.) e non era uno strattagemma ma un gesto di timidezza e di paura. Papini raramente ha avuto coscienza delle sue vere possibilità: il vizio dei libri, il gusto dell'Accademia (nata in un primo tempo con i colori dell'anarchia) lo hanno portato su un campo minato mettendolo di fronte a questioni di critica, a problemi di erudizione per cui non era preparato. Era ancora un vezzo dannunziano, l'amore delle grandi cose, la passione per gli uomini grandi assomigliava troppo al gusto dell'altro per i gessi. Solo che queste erano abitudini mentre la sua natura era diversa: assai più semplice, ben lontana da rapporti e da giudizi universali. Perché non ha avuto il coraggio di guardarsi dentro, di vedersi com'era e quindi di confessarsi? L'unico giudizio universale che possiamo fare è questo, ogni altro tipo assomiglia troppo a un giuoco. Bisognava prima essere uomo, anzi diventare uomo: Papini ha dimenticato la raccomandazione di Hamann per scegliere due posizioni ugualmente sbagliate, o prendere il posto di Dio o prendere il posto di chi deve essere giudicato. Dei tre punti della nostra storia, Dio, il prossimo, la nostra anima egli ha preferito studiare i primi due e questo gli è costato amore e passione e, alla fine, una sconfitta: forse se avesse bloccato tutte le sue forze sull'ultimo centro della nostra vita avrebbe toccato quei risultati che sono rimasti invece per lui tormento, speranza e dolore.

     11 dicembre 1957.


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